Sopra, Maria Grazia Massimino nel giardino della sua villa

 

 

Maria Grazia Massimino

leader dell’Associazione per il progresso del Mezzogiorno

«Centri d’eccellenza per evitare la fuga dei cervelli»

 

«In Sardegna non esisterebbero  le fughe dei cervelli se ci  fossero centri di eccellenza e se la ricerca fosse maggiormente sostenuta»

Ad affermarlo è il presidente regionale dell’Aprom (Associazione per  il progresso  del Mezzogiorno) Maria Grazia Massimino, che sottolinea come la vera sfida per il futuro  della regione sia «investire in ricerca e sviluppo delle piccole e medie imprese che non hanno mai  potuto  usufruire di grandi finanziamenti, spesso riservati alle grosse azienda industriali che hanno prodotto solamente  disoccupazione e violenza sull’ambiente.

Per l’imprenditrice di Quartucciu, socia fondatrice del  Parco scientifico «è assurdo che un neo laureato resti in Sardegna per guadagnare 800 euro con un contratto precario e mortificante»

In questo scenario la fuga è  inevitabile «perché i cervelli, come il cuore, vanno dove sussistono le condizioni per una  vita soddisfacente».

Per chiarire il pensiero cita la sua esperienza e quella del figlio che si è appena laureato.

«Come industriale» rivela «ho ottenuto finanziamenti per oltre 6 milioni di euro dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica per realizzare una banca di cellule staminali, ma non ho potuto spenderli perché il Comune di Quartucciu mi ha negato finora l’autorizzazione edilizia».

Come genitore ha  visto il  figlio laurearsi in Neuroscienze cognitive all’Università San Raffaele di Milano «e ho potuto apprezzare l’eccellenza di quel centro. Mio figlio  ha presentato una tesi nel campo della medicina rigenerativa sulle funzioni delle staminali  in patologie quali Alzheimer, Parkinson e sclerosi e ha scelto il suo istituto per il dottorato di 4 anni e ha fatto bene. In Sardegna», ripete, «non esisterebbe la fuga dei cervelli se fosse possibile specializzarsi in centri  di  eccellenza come il San Raffaele»

 

 

 

L'industriale Maria Grazia Angioni Massimino e la burocrazia

La banca delle staminali opererà a Milano

 

Il sindaco di Quartucciu nega, Maria Grazia Angioni Massimino insiste. E racconta una storia incredibile: voleva aprire una banca di cellule staminali, oltre trenta posti di lavoro, finanziata dal Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica con sei milioni di euro, che lei ha volontariamente rifiutato perché il Comune, ad oggi, 10 gennaio 2010, non le ha ancora rilasciato la concessione edilizia richiesta il 3 febbraio 2004, nonostante l'ampio parere favorevole espresso ufficialmente con procedura di Intesa dall'Assessorato Regionale alla Programmazione il 25 maggio 2007.

L'imprenditrice ha deciso di operare all'interno dell’Istituto scientifico DIBIT dell'Università Vita e Salute San Raffaele di Milano «Realizzerò in quindici giorni, in Lombardia, quello che  non sono riuscita a fare in sei anni nell'amata Sardegna in cui sono nata. Non ho tempo da perdere».

 

 

È un’invettiva che buca timpani e cielo, la sua. «Voglio che tutti sappiano».

Maria Grazia Angioni Massimino, a suo tempo uno dei più  giovani commendatori dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, industriale che ha diversificato da tempo le sue attività (ingegneria ambientale, energie alternative, biotecnologie e edilizia turistica di alta gamma), accusa l’amministrazione comunale di Quartucciu di aver narcotizzato la richiesta di concessione edilizia per una banca di cellule staminali.

Operazione finanziata dal Ministero della Ricerca con sei milioni di euro e la prospettiva di offrire fino a ottanta buste paga in un territorio sospeso tra miseria e disperazione. Non se ne fa più niente.

La sua Banca tissutale e cellulare per interventi terapeutici in Sardegna, sul territorio nazionale e nel bacino nordafricano e medio orientale, che doveva nascere a Quartucciu, cambia strada e vedrà la luce in Lombardia all’interno del Dipartimento di Biotecnologie Mediche del San Raffaele, il cui Direttore Scientifico, professoressa Maria Grazia Roncarolo, ha confermato il consenso e la disponibilità dell'Istituzione all'iniziativa della dottoressa Massimino, che ha incontrato e conosciuto lo scorso dicembre 2009.

Il sindaco di Quartucciu se la ride. Anzi, s’arrabbia. Dice che è tutta una bugia, che «la Massimino ha ottenuto esattamente quello che voleva».

Dunque non capisce «questo rumore». Casomai non bastasse, precisa che siamo di fronte «a un’arrogante convinta che le si debba tutto». Non solo: a riprova della sua buona fede rinvia ad un confronto pubblico «nella sede che la signora vorrà scegliere».

Maria Grazia Massimino, 62 anni portati col glamour di chi non conosce lifting, protesi, tinture di capelli, non è un personaggio semplice.

Va dritta al bersaglio, ignora le sfumature. Quando spiega le sue ragioni ricorre ad immagini che farebbero arrossire un camallo del porto di Genova. Da signorina, come si dice, fa Angioni. Figlia del responsabile trasmissioni del Comando militare della Sardegna.

Laureata in Filosofia con indirizzo psicologico e studi specifici sull’intelligenza, firmataria della Commissione di Inchiesta sul banditismo in Sardegna, ha il brevetto sub internazionale PADI, advanced e open water diver ma non la patente di guida.

La protegge, o protegge gli altri dalla dottoressa, non si sa, un maresciallo amico di famiglia, ex comandante dei Carabinieri.

Ha un figlio, Luca, che si è appena laureato con 110 e lode dottore magistrale in neuroscienze cognitive e un marito, Paolo, commercialista piemontese che teneva cattedra all’università di Torino e di Cagliari dove si  innamorò di lei convincendola a mollare il precedente fidanzato e a sposarlo dopo pochi mesi di  conoscenza.

Maria Grazia Massimino è una valanga che travolge anche eventuali soccorritori.

Confessa d’essere civetta, forse «colpa del fatto che a suo tempo sono stata eletta miss liceo Dettori e miss Università», e di muoversi - quando occorre - con la determinazione di uno schiacciasassi.

L'imprenditrice più premiata d'Italia è lieve come un peso massimo nell’offensiva finale per mettere ko l’avversario.

Ha frequentato la Costa Smeralda, da del tu con noncuranza a numerosi ricchi & potenti.

Le banche, che ghigliottinano senza rimpianti il popolo canaglia degli insolventi, la descrivono («ufficiosamente, per carità») come persona seria, affidabile e puntuale nei pagamenti. Il che, tenuto conto dei tempi che viviamo, è quasi una seconda laurea.

Altro da aggiungere? Politicamente parlando, Maria Grazia Massimino nasce col Manifesto, ma sposa col cuore e col cervello una frase di Winston Churchill riportata nel sito www.mariagraziamassimino.it: chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, chi non è di destra da vecchio è senza cervello.

Concetto, questo, ripreso più tardi con sobria eleganza da Silvio Berlusconi: chi vota a sinistra è un coglione.

Socialista dura e pura, vota e dichiara che voterà anche in futuro il Premier, Ugo  Cappellacci, Emilio Floris, Giorgio La Spisa.

Signora Massimino, come nasce il progetto sulle staminali?

«Come socio fondatore e consigliere di amministrazione del Parco scientifico e tecnologico della Sardegna, sono stata invitata dalla professoressa Fulvia Gremo, docente dell’Università di Cagliari, alla cui memoria sarà dedicato uno dei prossimi premi internazionali "CASA ANGIONI", a creare una banca privata di cellule staminali.

Questo perché in Italia anche i migliori  ricercatori prendono 800 euro al mese mentre i nostri politici, fra scorte e marrazzate, dissipano i nostri soldi ma non si mettono d'accordo su una nuova, indispensabile  legge sul finanziamento della ricerca scientifica».

E risponde sì, giusto?

«Certo. A quel punto presento un progetto al Comune di Quartucciu per ottenere la concessione edilizia. Un magnifico fabbricato di 4.500 metri quadri su un terreno di 12.000 metri quadri di mia proprietà in zona industriale».

Poi?
«Poi, niente. Il Ministero garantisce un finanziamento per sei milioni di euro e io ci metto, di mio, quattrocentomila euro in contanti. Per conferirli in assoluta trasparenza al progetto, che non sarebbe costato un euro alla Regione Sardegna, contraggo un mutuo su una delle case di famiglia. Il progetto è talmente interessante che il mio amico Alessandro Cecchi Paone viene, gratuitamente, a presentarlo  a CASA ANGIONI, costruita dal mio bisnonno».

I soldi ministeriali erano a fondo perduto?

«No. Da rendere a condizioni agevolate».

Che ci faceva una banca di staminali in Sardegna?

«Come ho detto alla presentazione, non è semplice, ma è indispensabile che l'industria si metta al servizio della ricerca, per renderla più forte. È un modello che all’estero funziona  da anni e  che  porta   benefici   a entrambi i settori. Intendevo mettere, nel mio centro di Quartucciu, mezzi, strutture e l’esperienza maturata nel campo del biotech in oltre 25 anni di attività. Sognavo di proiettarmi nel futuro contribuendo alla mission mondiale di persone serie come me di renderci tutti uguali e con uguali diritti di fronte alla salute.

 Due mesi fa ha aperto qualcosa di simile a Sesto Fiorentino, con riscontro e plauso sulla stampa, per quanto decisamente inferiore come realizzazione al mio progetto del  2004».

Ruolo di marcia?

«A sei mesi dalla concessione edilizia saremmo stati in grado di cominciare offrendo un’occupazione soprattutto a tanti biologi disoccupati. Anche se a me i consiglieri comunali di Quartucciu, di maggioranza e di minoranza, chiedevano solo assunzioni di cugini o cognati "specializzati uscieri"».

Lei è ricca?

«Vivo un solido benessere. Però non capisco la domanda».

La banca delle staminali puntava al profitto?

«Certo, non era un’opera di misericordia. Non credo alle iniziative imprenditoriali finto-benefiche: sono destinate a fallire».

Padrini dell’operazione?

«Nessuno. Il giorno della presentazione del progetto avevo un parterre de roi ma non ho dato la parola a un solo politico, neppure al Sindaco di Quartucciu».

Perché?
«L’ho spiegato: era una serata dedicata a mio padre Raffaele, fondatore e sindaco dell’ARI, Associazione Radioamatori Italiani, e a tutti  i giovani laureati, anche con 110 e lode, ancora disoccupati».

Quel finanziamento è definitivamente perduto?

«Meno male. Non affiderò mai più le sorti di una mia iniziativa imprenditoriale, per  quanto prestigiosa, ad una amministrazione che non sa neanche scrivere correttamente le proprie comunicazioni».

Secondo lei, perché il Comune di Quartucciu...

«...non mi ha dato la licenza edilizia? Per insipienza».

Il sindaco dice che le sue sono menzogne.

«Dica quello che vuole. Io pongo una sola domanda: ad oggi me l’ha data la concessione? No».

Il sindaco dice anche che lei è arrogante.

«Una signora come me può essere al massimo assertiva, e quindi  lui è un gran maleducato. Ho un grande senso pratico, e sono sicuramente intransigente quando tratta di posti di lavoro che vengono tragicamente persi per l'incapacità di chi dovrebbe governarci. Pensi che il primo assessore "tecnico" alle attività produttive dell'attuale giunta di Quartucciu era un ex autista dell'ACT. Con tutto il rispetto per la categoria degli autisti di mezzi pubblici non ritengo potesse deliberare in merito alla mia "struttura complessa"».

Ha provato a cercare un aiutino?

«No. Ho sempre pensato che avere un nome impeccabile bastasse e avanzasse. Dopotutto, ho portato Quartucciu nel mondo».

In che senso?

«La mia Azienda Italiana Depuratori di Quartucciu, prima in Italia, nel settore specifico certificata di qualità anche ambientale, ha installato impianti a tecnologia avanzata alle Maldive, in Cina, in Russia. Attualmente sta lavorando, oltre che in Sardegna, anche in Romania, in provincia di Roma, a Livorno e Milano. Per questo mio impegno concreto a favore dell’ambiente sono stata premiata a Montecarlo fra le cinquanta imprenditrici più influenti del mondo».

Insomma: tutta colpa d’una burocratica insipienza?

«Francamente credo che un ruolo l’abbia giocato anche l’invidia. L’ho pensato quando un’improbabile esponente politico comunale, vestita come una zingara ai semafori della circonvallazione, mi ha chiesto con ghigno maligno: se non ti diamo la concessione edilizia, perdi il finanziamento? Ho risposto sì, dando un’informazione preziosa e mortale per un'iniziativa prestigiosa a Quartucciu».

In Sardegna esiste un vero ceto imprenditoriale?

«Il petrolchimico è stato un tragico equivoco: non ha portato cultura industriale e tantomeno cultura dell’indotto. Non è un caso che bastino le dita di una mano per contare i veri industriali sardi».

Molti hanno solo saccheggiato fondi pubblici.

«Quelli che hanno rubato, per fortuna nostra, sono morti oppure falliti. Quelli che restano sono solo custodi di posti di lavoro che non si possono perdere».

La Sardegna è terra di razzia?

«Sicuramente lo è stata. Io mi auguro che finisca la politica dei contributi a fondo perduto e si cominci con gli incentivi reali automatici, un progetto concreto su  cui sta lavorando l'attuale Giunta Regionale: un'altra musica».

Cos’ha fermato lo sviluppo?

«Il mio pensiero? La scarsa professionalità dei sardi».

C’è da dire che il danaro qui costa più che altrove.

«Purtroppo. Questo deriva proprio dal fatto che in passato l’industria assistita ha drenato fondi dal credito ordinario e speciale controllato  dai partiti politici senza restituire neppure gli interessi. Così, siamo finiti, solo per incidenza statistica, con un pessimo punteggio di rating».

La stagione delle tangenti è finita con Mani pulite?

«Macché. Andrà avanti in eterno. Avessi pagato tangenti, soprattutto all’inizio della mia attività, avrei decuplicato il fatturato in un attimo».

Non gliene hanno mai chiesto?

«Mia madre mi ha insegnato che una signora, quando vuole, non ha orecchie. È capitato che girassero intorno all’argomento, io fingevo di non capire e tra me e me dicevo: se mai dovessi dare tangenti prima o poi finiremmo loro in Ferrari e io in galera. No, non ne vale la pena ».

Lei ha detto: non partecipo se non so di vincere.

«Fa parte del mio modo di essere. Sono stata anche campionessa d’atletica, non solo miss per le mie belle gambe. Partecipare per vincere vuol dire conoscere se stessi, misurare le proprie forze. Detesto la velleità, la follia di quelli che si gettano allo sbaraglio».

Eppure a Quartucciu ha fatto flop.

«Quando mai! Ho semplicemente deciso di cambiare campo di gioco. La mia nuova società per azioni opererà per l’appunto al San Raffaele, centro di eccellenza internazionale: per aver perso non mi sembra sia andata malissimo».

Lei è stata anche Lady Costa Smeralda.

«Anni fa. Unica sarda ad aver ricevuto questo titolo. Me lo sono meritato alla grande: l'allora presidente del premio, l'architetto Luigi Vietti, avrà  sicuramente ammirato più che le mie curve i miei impianti BIO-C e BIO-VAR, con tecnologia ancora insuperata nel mondo, grazie ai quali è sparita, per esempio, l'eutrofia nel mare di Porto Rotondo».

È necessario far tappa a Porto Cervo per tenere lucido il nome?

«Non ci passo più da quattro anni. Sono disgustata da veline e velone. C’è stata anche la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso».

E cioè?

«Lapo Elkann mi ha invitata all’inaugurazione del Fiat-Playa. Sa chi era la madrina? Man-Lo, la cinesina del Grande Fratello».

E allora?

«Ho rifiutato inorridita: non si può, non si può. Da allora passo le mie vacanze alle Maldive, felice con qualche vecchio pareo e un paio di pantaloni con i pappagalli colorati pagati 5 dollari in un shop di villaggio turistico. Un altro mondo, credetemi».