25 Novembre 2011





10 gennaio 2010

L'industriale Maria Grazia Angioni
Massimino e la burocrazia
La
banca delle staminali opererà a Milano
La banca delle staminali è in fuga verso Milano
Il sindaco di Quartucciu dice che è tutta una
bugia però Maria Grazia Massimino insiste. E racconta una storia incredibile:
voleva aprire una banca di cellule staminali (trenta posti di lavoro) finanziata
dal ministero della Ricerca con sei milioni di euro ma ha perso tutto perché il
Comune non le ha rilasciato in tempo la concessione edilizia. L’imprenditrice,
62 anni, un figlio, ha ripiegato sul San Raffaele di Milano: «Realizzerò in
Lombardia quello che non riesco a fare dove sono nata. Che dite, qualcuno capirà
la lezione?»
COME BUTTARE SEI MILIONI DI EURO
Maria Grazia Massimino: effetti collaterali di un “no”
IL PERSONAGGIO
Marito piemontese, 62 anni, un figlio, si occupa di depuratori e biotecnologie
BATTAGLIA PERSA
«Il Comune mi ha negato la licenza edilizia e io ho perso i fondi ma rifaccio tutto al S. Raffaele di Milano»
CONFESSIONI
L’arretratezza? Colpa della scarsa professionalità dei sardi. I veri industriali si contano su una mano
È un’invettiva che buca timpani e cielo, la sua. «Voglio che tutti sappiano». Maria Grazia Massimino, imprenditrice su tre fronti (depuratori, biotecnologie e mattone), accusa l’amministrazione comunale di Quartucciu di aver narcotizzato la richiesta di concessione edilizia per una banca di cellule staminali. Operazione finanziata dal ministero della Ricerca con sei milioni di euro e la prospettiva di offrire trenta buste paga in un territorio sospeso tra miseria e disperazione. Non se ne fa più niente. La banca delle staminali che doveva nascere in Sardegna cambia strada e vedrà la luce in locali messi a disposizione dall’università San Raffaele di Milano. Il sindaco di Quartucciu, un ingegnere che passa per essere persona seria e rigorosa, se la ride. Anzi, s’arrabbia. Dice che è tutta una bugia, che «la Massimino ha ottenuto esattamente quello che voleva». Dunque non capisce «questo rumore». Casomai non bastasse, precisa che siamo di fronte «a un’arrogante convinta che le si debba tutto». Non solo: a riprova della sua buona fede rinvia ad un confronto pubblico «nella sede che la signora vorrà scegliere».
Maria Grazia Massimino, sessantadue anni «portati benissimo e con leggerezza», non è un personaggio facile. Va dritta al bersaglio, ignora le sfumature. Quando spiega le sue ragioni ricorre ad immagini che farebbero arrossire un camallo del porto di Genova. Da signorina, come si dice, fa Angioni. Figlia del responsabile- trasmissioni del Comando militare della Sardegna.
Laureata in Filosofia, ha il brevetto di pescatore subacqueo ma non la patente di guida. La scorrazza e la protegge in auto di rappresentanza un ex maresciallo. Ha un figlio, Luca, che si è appena laureato in neuroscienze e un marito, Paolo, commercialista piemontese che teneva cattedra all’università di Torino.
A capo di un gruppo che ha dodici dipendenti e un fatturato di cinque milioni l’anno, Maria Grazia Massimino è una valanga che travolge anche eventuali soccorritori. Confessa d’essere civetta, forse «colpa del fatto che a suo tempo sono stata eletta miss liceo Dettori e miss Ateneo», e di muoversi – quando occorre - con la determinazione di uno schiacciasassi. Anni fa ha conquistato il premio Bellisario, a coronamento d’una carriera da imprenditrice vincente. E lieve come un peso massimo nell’offensiva finale per mettere ko l’avversario. «I deboli non sono ammessi nel ring della vita, bisogna difendersi».
Ha frequentato la Costa Smeralda, dà cameratescamente del tu a numerosi ricchi & potenti. Le banche, che ghigliottinano senza rimpianti il popolo canaglia degli insolventi, la descrivono («ufficiosamente, per carità») come persona seria, affidabile e puntuale nei pagamenti. Il che, tenuto conto dei tempi che viviamo, è quasi una seconda laurea. Altro da aggiungere? Politicamente parlando, la Massimino nasce col Manifesto e poi, cammina cammina, si candida alle ultime regionali coi Riformatori. Sposa col cuore e col cervello una frase di Winston Churchill riportata nel sito www. mariagraziamassimino.it: chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, chi non è di destra da vecchio è senza cervello. Concetto, questo, ripreso più tardi con sobria eleganza da Silvio Berlusconi: chi vota a sinistra è un coglione.
Signora Massimino, come nasce il progetto sulle staminali?
«Come socio fondatore del Parco scientifico di Pula, sono stata invitata a far parte di una società pubblico- privata per creare una banca di cellule staminali».
E risponde sì, giusto?
«Certo. A quel punto presento un progetto al Comune di Quartucciu per ottenere la concessione edilizia. Si trattava di un’area di 4.500 metri quadri in zona industriale».
Poi?
«Poi, niente. Il Ministero garantisce un finanziamento per sei milioni di euro e io ci metto, di mio, quattrocentomila euro. Il progetto è talmente interessante che Alessandro Cecchi Paone viene, gratuitamente, a presentarlo».
I soldi ministeriali erano a fondo perduto?
«No. Da rendere a condizioni agevolate».
Che ci faceva una banca di staminali in Sardegna?
«Aveva in programma la coltura di cellule per le isole pancreatiche e condrociti (che riguardano i legamenti). Due mesi fa ha aperto qualcosa di simile nei pressi di Pisa».
Ruolo di marcia?
«A sei mesi dalla concessione edilizia saremmo stati in grado di cominciare offrendo un’occupazione soprattutto a biologi. Anche se a me il Comune chiedeva solo assunzioni di uscieri».
Lei è ricca?
«Vivo un solido benessere. Però non capisco la domanda».
La banca delle staminali puntava al profitto?
«Certo, non era un’opera di misericordia. Non credo alle iniziative imprenditoriali finto-benefiche: sono destinate a fallire».
Padrini dell’operazione?
«Nessuno. Il giorno della presentazione del progetto avevo un parterre du roi ma non ho dato la parola a un solo politico».
Perché?
«L’ho spiegato: era una serata dedicata ai giovani laureati che, anche con 110 e lode, stentano a trovare lavoro».
Quel finanziamento è definitivamente perduto?
«Sì. E meno male, così non ci divento matta. La banca delle staminali la faccio a Milano: ho già chiuso l’accordo col San Raffaele».
Secondo lei, perché il Comune di Quartucciu...
«...non mi ha dato la licenza edilizia? Per insipienza».
Il sindaco dice che le sue sono menzogne.
«Dica quello che vuole. Io pongo una sola domanda: me l’ha data la concessione? No. Ho anche pensato di chiedere un commissario ad acta per accelerare i tempi e non perdere il finanziamento».
Il sindaco dice anche che lei è arrogante.
«Arrogante? Direi assertiva. Sono una donna con grande senso pratico, sicuramente intransigente quando tratta di posti di lavoro».
Ha provato a cercare un aiutino?
«No. Ho sempre pensato che avere un nome impeccabile bastasse e avanzasse. Dopotutto, ho portato Quartucciu nel mondo».
In che senso?
«La mia azienda di depuratori, che ha sede a Quartucciu, ha installato impianti alle Maldive, in Cina, in Russia. Attualmente sta lavorando in Romania, in provincia di Roma, a Livorno e Milano. Basta come credenziale?»
Insomma: tutta colpa d’una burocratica insipienza?
«Francamente credo che un ruolo l’abbia giocato anche l’invidia. L’ho pensato quando qualcuno mi ha chiesto: se non ti danno la concessione edilizia, perdi il finanziamento? Ho commesso l’errore di rispondere sì, dando un’informazione preziosa e mortale».
In Sardegna esiste un vero ceto imprenditoriale?
«Il petrolchimico è stato un tragico equivoco: non ha portato cultura industriale e tantomeno cultura dell’indotto. Non è un caso che bastino le dita di una mano per contare i veri industriali sardi».
Molti hanno solo saccheggiato fondi pubblici.
«Quelli che hanno rubato, per fortuna nostra, sono morti oppure falliti. Quelli che restano sono solo custodi di posti di lavoro che non si possono perdere».
La Sardegna è terra di razzia?
«Sicuramente lo è stata. Io mi auguro che finisca la politica dei contributi a fondo perduto e si cominci con gli incentivi reali. È un’altra musica».
Cos’ha fermato lo sviluppo?
«Devo dire la verità? La scarsa professionalità dei sardi».
C’è da dire che il danaro qui costa più che altrove.
«Purtroppo. Questo deriva proprio dal fatto che in passato l’industria ha drenato fondi pubblici senza restituire neppure gli interessi. Così, siamo finiti in un rating, cioè in una classificazione di zona ad alto rischio economico».
La stagione delle tangenti è finita con Mani pulite?
«Macché. Andrà avanti in eterno. Avessi pagato tangenti, soprattutto all’inizio della mia attività, avrei decuplicato il fatturato in un attimo».
Non gliene hanno mai chiesto?
«Mia madre mi ha insegnato che una signora, quando vuole, non deve avere orecchie. È capitato che girassero intorno all’argomento, io fingevo di non capire e tra me e me dicevo: prima o poi, loro in Ferrari e io in galera. No, non ne vale la pena».
Lei ha detto: non partecipo se non so di vincere.
«Fa parte del mio modo di essere. Sono stata anche campionessa d’atletica, non solo miss qualcosa. Partecipare per vincere vuol dire conoscere se stessi, misurare le proprie forze. Detesto la velleità, la follia di quelli che si gettano allo sbaraglio».
Eppure a Quartucciu ha fatto flop.
«Non ho perso. Ho semplicemente deciso di cambiare campo di gioco. Sono finita al San Raffaele, centro di eccellenza nazionale: per aver perso non mi sembra sia andata malissimo».
Lei è stata anche Lady Costa Smeralda.
«Anni fa. Unica donna sarda ad aver ricevuto questo titolo».
È necessario far tappa a Porto Cervo per tenere lucido il nome?
«Non ci passo più da quattro anni. Sono disgustata da veline e velone. C’è stata anche la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso».
E cioè?
«Lapo Elkann mi ha invitato all’inaugurazione del Fiat-Playa. Sapete chi era la madrina? Man-Lo, la cinese del Grande Fratello».
E allora?
«Ho rifiutato inorridita: non si può, non si può. Da allora passo le mie vacanze con quattro vecchi parei e un paio di pantaloni a fiori alle Maldive. Un altro mondo, credetemi».
Giorgio Pisano
27 dicembre 2009

